Days

durata: 127'

regia: Tsai Ming-liang

con: Anong Houngheuangsy, Lee Kang-Sheng

genere: Drammatico

paese: Taiwan


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Trama

Lo scorrere dei giorni accomuna due personaggi molto diversi tra loro e lontani l’uno dall’altro. A Taiwan, Kang vive in una casa immersa nella natura, con grandi vetrate attraverso le quali fissare lo sguardo, e trascorre giornate di contemplazione tra una seduta di fisioterapia, un massaggio, e altri tentativi di curare il male che lo affligge. A Bangkok risiede invece Non, un immigrato di Laos che cucina nel suo angusto appartamento. I due si incontrano in una camera d’albergo prima di tornare alle rispettive vite.

Critica

«Days», imperdibile film poetico, minimalista e malinconico.

Una settimana ricca di titoli firmati da autori importanti: i grandi registi sono protagonisti del weekend in sala, a partire da Tsai Ming-liang con il suo ultimo lungometraggio, «Days».

Tra i nomi più amati dai cinefili appassionati di cinema orientale, Tsai Ming-liang (nato in Malesia ma naturalizzato taiwanese) ha scelto di raccontare l’incontro tra due solitudini: due uomini che trascorrono qualche momento d’intimità in una camera d’albergo, prima di rituffarsi in un’esistenza vuota e fatta di gesti ripetitivi, giorno dopo giorno.

Sette anni dopo l’altrettanto potente e poetico «Stray Dogs», Tsai Ming-liang torna al lungometraggio (ma nel frattempo ha realizzato interessanti corti, mediometraggi e persino lavori in VR) con una pellicola sostanzialmente priva di dialoghi, coerente con la poetica di un regista che ha (quasi) sempre puntato più sulle immagini che sulle parole.

Si può ricordare in questo senso il notevole «Goodbye, Dragon Inn» del 2003 (una malinconica riflessione sulle sale cinematografiche) oppure il toccante finale di «Vive l’amour» del 1994, film con cui Tsai aveva vinto il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia.

Se «Days» si può considerare una sorta di “film muto” dei giorni nostri, non è di certo casuale che all’interno della narrazione ci sia un gran bell’omaggio musicale a Charlie Chaplin: non va mai dimenticato che quest’ultimo fu il più importante esempio di artista cinematografico che proseguì a girare film senza parole anche diversi anni dopo l’introduzione del parlato. (…)

Tsai Ming-liang, da sempre, ama sperimentare ed è proprio nei silenzi e nelle immagini, appunto statiche, che emerge la bellezza di un lungometraggio dal forte impatto poetico, capace di raccontare e descrivere i sentimenti molto meglio della stragrande maggioranza dei film a cui siamo abituati. Basti notare, ad esempio, lo sguardo prolungato di uno dei protagonisti verso la conclusione, ma anche tutta l’attenzione che l’autore riserva agli esseri umani, ai loro turbamenti interiori e alle problematiche che devono affrontare.Ennesima, grande prova di Lee Kang-sheng, da sempre attore feticcio del cinema del regista.

Andrea Chimento da Il Sole 24 ore