Timbuktu locandina

Timbuktu

Lun 23 ore 17:00 - 19:00 - 21:00
Mar 24 ore 16:30 - 18:30 - 20:30

Sala:

Regia: Abderrahmane Sissako

Durata: 97'

Genere: Drammatico

Cast: Ibrahim Ahmed (II), Toulou Kiki, Abel Jafri

Trailer: https://goo.gl/tTXsVr

TRAMA

Non lontano da Timbuktu, ora governata dai fondamentalisti islamici, Kidane vive pacificamente tra le dune con la sua famiglia. In città, la gente soffre impotente per il regime di terrore imposto dai jihadisti. Tutto è stato bandito: la musica, le risate, le sigarette, persino il gioco del calcio; le donne sono diventate le ombre, ma continuano a resistere con dignità. Ogni giorno vengono emesse tragiche e assurde sentenze. A Kidane e alla sua famiglia tutto questo finora è stato risparmiato, ma il loro destino cambia quando lui uccide accidentalmente Amadou, il pescatore che ha macellato "GPS", la sua amata mucca. Kidane, infatti, dovrà vedersela con le nuove leggi degli occupanti stranieri.

 

CRITICA

 

"Basterebbe il prologo del meraviglioso 'Timbuktu' per capire l'immensa portata del lavoro di Sissako, il primo regista al mondo che riesce a raccontare l'orrore della Jihad senza esserne sopraffatto proprio perché rifiuta ogni retorica spettacolare per farsi carico del vero problema del cinema di fronte alla violenza. Come raccontare le peggiori nefandezze senza farsene ipnotizzare, che sguardo opporre alla brutalità più tragica e cieca? (...) In 'Timbuktu' prevale la bellezza, l'incanto di ciò che è vivo e un attimo dopo viene distrutto. È una scelta morale ancor prima che estetica, ma dà forma e linfa all'intero film. I jhadisti dunque arrivano a Timbuktu, perla del Mali, come è accaduto davvero nell'estate 2012, per imporre la loro legge con le armi. Ma il film non ne fa creature diaboliche (e affascinanti), anzi insiste su debolezze e goffaggini rendendoli ridicoli ma anche umani, e ancora più colpevoli. (...) una partita a calcio senza pallone, giocata dai ragazzi di Timbuktu (...) è forse la scena più memorabile dell'anno. Anche perché la bellezza non un effetto collaterale o una variabile indipendente ma è proprio 'il' problema, se non la soluzione. E' la bellezza della musica, degli abiti, dei colori che i jhadisti vietano, la posta in gioco e la vera risposta alla follia integralista. E' la calma di quei luoghi, la serenità dei loro abitanti, la gioia che emana dalla piccola famiglia di quel tuareg (...) a essere un affronto per quei fanatici ipocriti. Ma ancora una volta Sissako (mauritano, classe 1961, appena 4 film e un pugno di corti e documentari in 25 anni, tutti decisivi) non calca la mano, non alza la voce, semmai la abbassa, non corteggia l'orrore ma lo batte a suon di fermezza, umorismo (sì, anche umorismo) e idee di regia." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero')

"(...) dramma poetico e struggente con cui Sissako mostra come la jihad porti dolore e lutto in terre che vorrebbero solo vivere in pace.(...). Pur nella tragicità delle situazioni, riesce a coniugare realismo e lirismo, non negandosi neppure un'inaspettata vena di humour che ricorda il cinema del regista palestinese Elia Suleiman. Si apprezza soprattutto l'appassionata difesa delle donne, prime vittime dell'integralismo." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica')

"'Timbuktu' di Abderrahmane Sissako non è esattamente 'II Grande Dittatore' del XXI secolo, anche se - proprio come il capolavoro di Chaplin - riesce ad alternare momenti poetici a piccoli sketch ironici. A prevalere, tuttavia, è un tono cupo, drammatico, molto lontano dalla soavità della favola politica in cui Charlot prestava i baffetti ad Adolf Hitler. (...) Il regista mauritano che per realizzare 'Timbuktu' (...) ha affrontato molti rischi, sia in Mali, dove il film è ambientato, sia nel suo Paese, dove la troupe (ha ricevuto) altre minacce. Attori in maggioranza non professionisti o comunque non abituati al grande schermo, a partire da Ibrahim Ahmed, il musicista di origine maliana e da tempo attivo in Spagna al quale è andato il ruolo del pastore berbero Kidane, quanto di più simile a un protagonista si possa immaginare in una vicenda corale come questa. (...) Al di là delle innegabili qualità artistiche, il merito maggiore di 'Timbuktu' sta nella messa in scena dell'impatto devastante tra l'ideologia jihadista e una società tradizionale capace di custodire i valori della tolleranza e del rispetto, nel segno di un islam per il quale l'unica 'lotta' possibile è di tipo spirituale e interiore. Non si tratta, insomma, di contrapporre l'Occidente 'civilizzato' alla pretesa di un violento ritorno a un passato arcaico. Al contrario, i guerriglieri sono i più esposti alle lusinghe della modernità: imbracciano fucili automatici, guidano motociclette e fuoristrada, realizzano video di propaganda, si chiamano tra loro al cellulare adoperando un inglese maccheronico. La loro modernità, però, non è meno parodistica del loro atavismo..." (Alessandro Zaccuri, 'Avvenire')

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