Taxi Teheran locandina

Taxi Teheran

Orso d'oro al 65° Festival internazionale del cinema di Berlino
LUN 8 ORE 17:00 - 19:00 - 21:00 
MAR 9 ORE 16:30 - 18:30 - 20:30

Sala:

Regia: Jafar Panahi

Durata: 82'

Genere: Commedia

Cast: Jafar Panahi

Trailer: https://goo.gl/p0onr6

TRAMA

Un taxi si aggira per le vivaci e colorate strade di Teheran. Diversi passeggeri si alternano a bordo dell’auto e ognuno di loro, intervistato dall’autista che è il regista stesso, esprime candidamente il proprio punto di vista e racconta di sé. La fotocamera fissata sul cruscotto cattura così lo spirito della società iraniana raccontandolo in un viaggio divertente quanto drammatico...

 

CRITICA

“E tre. Da quando il tribunale iraniano lo ha condannato a non fare il regista per almeno vent’anni, sono ormai tre i film che Jafar Panahi ha realizzato in clandestinità. La novità (...) è che stavolta il grande regista iraniano è uscito di casa. Anzi si è concesso un lungo giro nelle strade di Teheran alla guida di un taxi (...). Ma il bello è che quest’impresa apparentemente ‘tardoneorealista’ - riprendere da un’auto in movimento tutto ciò che la censura di Stato impedisce di mostrare - diventa una riflessione vivacissima e traboccante di idee sui meccanismi della censura e i dispositivi di messa in scena. Realizzata da un cineasta che è anche protagonista di questo docu-fiction così sapiente che tutto sembra incredibilmente vero ma tutto è probabilmente ricostruito con attori non professionisti (e senza nome nei titoli, per non metterli nei guai) e con palpitante spontaneità. Protagonista o meglio spettatore, proprio come noi, dello spettacolo incessante che si svolge dietro il parabrezza, nelle strade della capitale. Ma soprattutto dentro il taxi di Panahi, su cui salgono personaggi che potrebbero nutrire un romanzo anche se hanno solo poche scene a disposizione. (...) la figura più memorabile è ancora una volta quella di una ragazzina, nel film la (vera?) nipote del regista, che essendo una cineasta in erba permette al regista di porsi una serie di interrogativi morali elementari quanto inquietanti. Come si riconosce, ammesso che sia possibile, un ‘cattivo’? Come si ferma, e come si rappresenta il male? Perché certi film sono ‘indistribuibili’, come sentenzia la nipote saputella, pur mostrando ciò che si vede tutti i giorni? Nei battibecchi tra zio e nipote, e nelle scene che lei stessa riprende dal vero con la sua telecamerina, soffrendo perché sa che non le potrà mostrare (che attrice!), sta il cuore di questo film dall’andatura scanzonata che però non smette di porre domande scomode. E gela il sangue con un finale impassibile affidato a un piano sequenza degno di Antonioni. Anche in piena era digitale insomma si può fare un film che riflette sulle immagini (sul loro potere, e sul Potere in generale) fino a dare le vertigini, con mezzi semplicissimi. Malgrado ciò che il film denuncia, è una buona notizia.” (Fabio Ferzetti, ‘Il Messaggero’)

 

“L’idea alla base di ‘Taxi Teheran’ è di una semplicità sconcertante (...). Che si tratti di un «film» e non di un «documentario» lo veniamo a sapere quasi subito, quando un simpatico pusher di dvd riconosce il regista alla guida (...) e smaschera i due clienti che sono appena scesi – a Teheran il taxi è un’istituzione collettiva - come attori (...). Ma anche lo spacciatore di film proibiti è un attore che recita una parte, anche se molto credibile e realistica, ed ecco che la distinzione film/documentario, vero/falso perde il suo significato e ‘Taxi Teheran’ diventa un film che riflette su se stesso, sulla propria natura e su quella della messa in scena. Tutti i clienti/personaggi che chiedono un passaggio al taxi guidato da Panahi interpretano un «ruolo», cioè recitano, ma nello stesso tempo danno vita a una delle tante facce dell’Iran, sono cioè realistici (se non proprio veri) e molto credibili. (...) Ne esce un film che interroga lo spettatore, per niente limitata dalla ristrettezza dei mezzi e dalle costrizioni della censura, e che non può che terminare sul nero di un futuro, dove la repressione è sempre in agguato (...) ma l’intelligenza e la passione sono sempre sveglissime.” (Paolo Mereghetti, ‘Corriere della Sera’)

 

“Tra le ‘prime’ (dieci addirittura) di questa prima settimana di ritorno in città, una che val la pena di inseguire. Perché è un bel film (ha vinto a Berlino) perché sostenendolo si fa un’opera buona (è una pellicola «contro» filmata nonostante mille divieti del regime iraniano) perché sostenendola si sostiene il regista, Jafar Panahi, autore civilmente benemerito come pochi altri.” (Giacomo Ferrari, ‘Libero’)

 

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